thestorm

Sulle Tempeste d’Autunno

<AVVERTENZA: DA LEGGERE IN UN GIORNO DI TEMPESTA>

Sono le 5 del pomeriggio e dalle finestre vedo la luce scolorire. Piove e fa già freddo. Il vento scende con raffiche che battono pesanti contro i muri grigi e umidi della città. Piega gli alberi sulle colline e crea piccole onde sul corso del fiume. E’ la prima tempesta d’autunno, il primo vero strappo stagionale. Il primo monito che ti ricorda che l’inverno è alle porte. Dalla mia casa sento gli scrosci di pioggia abbattersi con violenza sul selciato.

La tempesta denominata San Giuda ha solamente sfiorato questa parte della Francia (Besancon). Il suo enorme fronte temporalesco ha colpito in pieno il nord della Francia, dalla Bretagna al Pas de Calais e ancora più violentemente il sud dell’Inghilterra per poi proseguire la sua folle e insensata corsa verso il Belgio, l’Olanda, la Danimarca e la Germania del Nord. Raffiche di vento dai 150 ai 190 km/h e pioggia torrenziale. Una forza inspiegabile e mostruosa. Vista dall’alto, grazie alle immagini satellitari, la tempesta ha l’aspetto di una ruota. Un’enorme e bianca ruota vorticante su se stessa. Una ruota che tutto spiana e tutto agita e sconquassa. Una ruota che trascina urlante il carro dell’inverno.

 La storia delle tempeste d’autunno è lunga e dolorosa. In particolar modo per quella zona compresa tra l’Inghilterra del sud e la costa settentrionale dell’Europa continentale che va dalla Francia alla Germania.

Il 15 e 16 ottobre 1987 sull’ Inghilterra meridionale e la Francia del nord si abbattè quella che è ora nota come la Great Storm dell’ 87. Proveniente dal golfo di Biscaglia colpì il sud dell’Inghilterra e il nord della Francia, spazzandole con venti che raggiunsero i 200 km/h. (il record registrato a Pointe du Roc in Normandia fu di 217 km/h). La tempesta distrusse moli, sospinse sulle spiagge enormi imbarcazioni e abbattè intere foreste. C’è un’immagine impressionante che mostra la cima della Toys Hill, nel Kent, ricoperta da un tappeto di albero caduti. I morti furono 22.

Ma nessuna tempesta potrà mai eguagliare per potenza e distruzione la Great Storm del 1703. Il 24 novembre una depressione proveniente dall’atlantico generò la più grande tempesta che abbia mai colpito l’Inghilterra. Venti, ed onde da questi generate, causarono l’affondamento di centinaia di imbarcazioni. La sola marina britannica perse ben tredici vascelli. Lungo il Tamigi settecento imbarcazioni vennero ordinatamente impilate nel Pool of London dalla forza mostruosa degli elementi. Le raffiche fecero crollare il faro di Eddystone uccidendo tutti e sei gli occupanti. In totale un numero imprecisato, ma stimato tra le 8000 e le 15000 persone, persero la vita. Il celebre romanziere Daniel Defoe, che visse in prima persona gli avvenimenti e da cui trasse quello che è considerato il primo libro di inchiesta giornalistica della storia, “The Storm”, racconta il suo terrore nei giorni in cui la burrasca esercitò la massima potenza.

“No pen could describe it, nor tongue express it, nor thought conceive it unless by one in the extremity of it.”

Barricato in casa, nei giorni in cui la furia dell’uragano era al suo apice, poteva sentire i muri ed il tetto ondeggiare paurosamente, sotto la pressione delle raffiche. Terrorizzato dall’ipotesi di rimanere schiacciato dal crollo dell’abitazione, aprì la porta per precipitarsi in strada. Lo scenario apocalittico a cui assistè per pochi secondi lo costrinse ad una frettolosa ritirata. Il vento aveva raggiunto una potenza incredibile. Il rischio concreto era quello di venire trascinati via e scaraventati chissà dove. Come se non bastasse, vi era anche il pericolo di venire travolti dalle centinaia di detriti che il vento roteava con furia cieca nell’aria. Alla fine della tempesta, mentre si aggirava per Londra e dintorni, raccogliendo informazioni e cercando di portare aiuto, capitò vicino al paese costiero di Portsmouth che descrisse così: “looked as if the enemy had sackt them and were most miserably torn to pieces.” Questa esperienza fu talmente scioccante per l’intera popolazione inglese, da essere attribuita a segno della collera divina e citata come monito della potenza del Signore nei sermoni, ancora per centinaia d’anni.

Non so se vi è mai capitato di trovarvi ad assistere ad una tempesta. A ma è capitato due volte nella vita.

Circa un anno fa mi trovavo a Belle-Île-en-Mer, al largo della costa bretone quando si scateno la prima burrasca autunnale della stagione. Dopo una mattinata ventosa ma soleggiata nel pomeriggio il cielo si fece gradualmente prima grigio per poi virare verso un livido blu notte. L’aria assunse una consistenza liquida e il cielo si abbassò mentre il vento aumentava d’intensità. Giunto sul limite della scogliera nei pressi di Port Coton, lungo la costa occidentale esposta alla furia dell’atlantico, cominciò a piovere. Una pioggia salata mischiata agli spruzzi delle onde che immense si schiantavano contro i faraglioni. Sul bordo ripido della nera falesia, allargai le braccia contro le raffiche e fui spinto indietro da quella forza invisibile e inarrestabile. Il rombo congiunto del vento e delle onde era assordante. Piccoli uccelli neri volavano rapidi tra gli spruzzi. Rimasi ad inzupparmi un’ora buona, ipnotizzato dal gonfiarsi e schiantarsi dei marosi e cercando di carpire il segreto nascosto dietro ai loro movimenti. Di solito arrivavano in serie di quattro una più potente dell’altra. Poi l’oceano si calmava per qualche minuto prima di lanciare un nuovo attacco contro la terraferma.

In realtà fu solo un piccolo “colpo di vento”, come lo chiamano in Francia ma rappresentò il segnale, il momento di transizione che chiuse definitivamente la bella stagione. Una settimana dopo nevicò.

Ma il ricordo della tempesta di vento del dicembre 2011 in Scozia a volte accompagna ancora le mie notti.

La mattina quando mi svegliai ad Aberdeen il cielo era pallido ma sereno. Un tenue sole autunnale illuminava, senza riscaldarli, i muri di granito. Le previsioni del tempo davano un grande fronte temporalesco in avvicinamento, che avrebbe urtato contro le coste orientali della Scozia nella serata, con forti raffiche e piogge torrenziali. Mi recai sulla spiaggia dove il vento già rombava e increspava un mare color caffelatte.

Lungo tutta la giornata il tempo non fece che peggiorare. Il cielo da sereno si fece prima grigio e poi sempre più scuro. A mezzogiorno la luce era scomparsa. Grosse nubi color carbone si agitavano, cozzando l’una contro l’altra. Nel primo pomeriggio presi un treno per Stonehaven, un piccolo paese sul Mare del Nord pochi km a sud di Aberdeen. Quella sera dovevo infatti rientrare ad Edinburgo e da Stonehaven avrei potuto prendere il treno serale e, al contempo, “godermi” la mareggiata. La tempesta stava crescendo di intensità ora dopo ora. Sul lungomare il vento soffiava così forte da rendere difficoltoso il camminare. La strada, rialzata rispetto al livello del mare e protetta da un frangiflutti di cemento, era invasa dai ciottoli scaraventati dalle onde oltre il parapetto. I negozianti avevano barricato le entrate con sacchi di sabbia per proteggere i loro locali dall’acqua. Mi incamminai, piegato in due per oppormi al vento, zuppo di acqua salata. Ogni tanto vedevo le creste spumeggianti delle onde comparire oltre il parapetto. Solo per un attimo, in una danza fantasma. Poi il rombo immenso e assordante dell’onda che si infrangeva e cascate d’acqua che invadevano la strada. Dalla mia posizione tuttavia, non riuscivo a rendermi conto di quanto potessero essere alte le onde. Vedevo solo il mare stendersi, scuro e schiumoso, fino all’orizzonte. Grigio ardesia contro il grigio acciaio del cielo. In un impeto di coraggio un po’ avventato e cercando di calcolare il buon momento tra un onda e l’altra decisi di avventurarmi verso il lato opposto. In un attimo fui al parapetto da dove vidi quel mare mostruoso e livido gonfiarsi e distendersi. Era di un colore indefinito, di un bluastro tendente al nero, screziato di grigio e bianco sporco. Grossi avvallamenti si aprivano per richiudersi un attimo dopo. Ondeggiava rapido come in preda alle convulsioni. Un istante prima che l’ultimo frangente si ritirasse verso il largo per prendere lo slancio, vidi che sotto il parapetto esisteva una piccola spiaggia. Una sottile striscia che la marea montante e la burrasca avevano cancellato. Calcolai che la strada doveva trovarsi ad un’altezza di circa 4 metri rispetto alla spiaggia. Fu questione di pochi secndi. Un breve pausa di calma nel caos. Lanciai un ultimo sguardo al mare prima di ritirarmi al sicuro. Non avevo mai visto un mare del genere. Quello che mi impressionò di più fu quel colore e quel movimento frenetico e apparentemente casuale. Avevo tuttavia l’impressione che fosse un coas calcolato perchè nel momento in cui l’onda si gonfiava sembrava coordinarsi per concentrare tutta la potenza del colpo.Passai il breve pomeriggio a osservare le creste delle onde oltre il parapetto. Disegnavano strani simboli contro il cielo color lavagna. Spirali, curve, ghirigori. Geroglifici di spuma. Il vento continuò ad aumentare e quando venne il buio cominciò a piovere. Quella notte la maggior parte dei treni venne cancellata. Il mio partì con oltre due ore di ritardo e, per evitare gli enormi ponti d’acciaio sospesi sulle foci dei fiumi lungo la costa, che erano stati chiusi, fece un giro interminabile attraverso l’interno. Arrivato sd Edinburgo quella notte non dormii. Mi fischiavano ancora le orecchie. Quel rombo, quel ruggito non voleva abbandonare la mia testa. Rimasi sveglio cercando di leggere e ascoltando il vento che faceva scricchiolare gli alberi in giardino. Ripensavo al colore del mare. A quella folle e insensata volontà.

“L’anno del nord ti sbatte bruscamente contro te stesso e contro la tua preparazione (o impreparazione) all’inverno. […] La lettura non distrae in una notte siffatta di transizione, uno strappo tra le stagioni. “

(P. Davidson, L’idea di Nord – Donzelli)

Ora  è calata lanotte. Come fantasmi correnti d’aria gelida penetrano da orifizi invisibili. Posso già  sentire il lento e ancestrale canto dell’inverno in arrivo.

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