La recherche de l’absence.

Un deserto allucinante. Sabbie senza fine. L’orizzonte si espande oltre i limiti della vista e della mente.Seguii la linea della marea montante mentre s’alzava il vento, sotto un sole cieco avvolto dall’atmosfera straziante di un sogno perduto. Il giorno scoloriva senza finire mai. Un palo piantato tra ciottoli bianchi segnava il confine tra il mare e la terraferma. Oltre solo melma limo fango e le urla dei gabbiani. Il vuoto che tutto avvolge e inghiotte, il famelico nulla. L’assenza.

(Baia de la Somme – luglio 2013)

Il grande spazio vuoto, l’idea di nulla. Un paradosso irraggiungibile. Trovare un luogo che sia un anti-luogo. Dove la vista, e i sensi in generale, possano perdersi, frastornati, confusi dall’assenza di punti di riferimento spaziali e temporali. Là le nostre capacità innate di orientamento e posizionamento nello spazio, affinate in secoli di evoluzione, vengono meno e ci ritroviamo soli a confrontarci con noi stessi. L’rrangiugibile linea dell’orizzonte diviene il nostro unico termine. E’ qualcosa che per noi è talmente estraneo, che stentiamo, anzi non riusciamo ad immaginare. Ci aggrappiamo allora disperatamente a qualunque cosa possa riportarci nel mondo pieno, nel mondo reale. Aristotele teorizzò per primo l’horror vacui, la teoria per cui la natura rifugge il vuoto tentando costantemente di riempirlo. Si ritiene oggi che la gran parte dell’universo consista in spazio vuoto. Un nulla “quasi perfetto”. Tuttavia il vuoto assoluto non è riproducibile in laboratorio e certamente non osservabile in natura. E’ un concetto a noi totalmente alieno ed in un certo senso terrificante. Horror appunto. Eppure credo che in esso risiede una sorta di conforto. Mi ha sempre affascinato l’idea di poter sperimentare l’alienazione e la perdita di sé indotta dall’inoltrarsi in uno spazio vuoto. Ho cercato questa sensazione varie volte. Distese di neve immacolata a perdita d’occhio in un giorno d’inverno o l’inafferrabile estendersi delle dune sabbiose di un deserto. Ma i luoghi dove ho sperimentato più fortemente questa sensazione di assenza sono state le piane di marea. Lungo le coste atlantiche della Francia o nella Baia di Dublino, quando le acque si ritirano, trascinate la largo dalle misteriosi forze gravitazionali, enormi piane sabbiose vengono scoperte, rivelando un mondo altro. Un paesaggio altrimenti occultato dalle onde. Il fondo marino che si estende per chilometri senza che nulla possa ostruire lo sguardo o costituire il benchè minimo riferimento. Ogni cosa prende allora proporzioni diverse.

L’uscita a piedi verso il mare aperto come una dolce follia lunare, come un viaggio al di là di questo mondo.

(R. MacFarlane – Le Antiche Vie, ed. Einaudi)

La mente frastornata cerca di ricostruire forme a noi familiari. I canali di marea che serpeggiano fino all’orizzonte, l’infinito ripetersi di crinali e avvalamenti sulla sabbia.

Anche il tempo sembra cambiare. Rallentando o muovendosi in direzioni non convenzionali. Ogni oggetto anche il più insulso, pali piantati nel limo, resti di trappole per aragoste, una bottiglia di plastica, costituiscono una sorta di conforto per i sensi in affanno. Privata di tutto ciò che nella vita “normale” è comune e famigliare, la vista dona importanza a ciò che di solito non ne ha. Robert MacFarlane, racconta la sua esperienza sulla Broomway, un sentiero che serpeggia sulla piana di marea collegando la costa ad una bassa isola paludosa chiamata Foulness.

“Sentivo il cervello cominciare a girare in modo insolito, influenzato e modificato dalle sostanze psicotrope di quel mondo in mare aperto e dall’euforia suscitata dalla percezione controintuitiva di camminare tranquillamente sull’acqua. Nessuna cosa là fuori era soltanto se stessa. L’occhio si nutriva di falsi colori-valori. Nascevano e sbocciavano false equivalenze e metafore. Si producevano miraggi di scala, illusioni di profondità.(…) Compagni inseparabili di cammino erano i nostri riflessi, i nostri assidui sé spettrali, (…)

(Robert MacFarlane – Le Antiche Vie, ed. Einaudi)

Ricordo la sensazione di essermi traformato in un fantasma, camminando sul fondo della Baia di Dublino in un giorno di nebbia e pioggia, il giorno del solstizio d’estate.

 Il solstizio d’estate mi incamminai verso il mare aperto seguendo il ritmico ripetersi di avvallamenti e crinali creati dalla sabbia. Un giorno di nebbia e pioggia che cade tagliente così lontano dall’estate così lontano dalla realtà. Seguii le linee sinuose dei canali di marea e ben presto mi ritrovai solo. Attorno a me solo la nebbia che andava tingendosi di azzurro. Lontano all’altra estremità della baia muggivano le sirene di segnalazione. A parte ciò nessun rumore. Mi fermai a osservare il mio riflesso in una pozza. Ogni riferimento era perduto. Niente indicava una possibile scala. Le distanze erano immisurabili e anche il tempo scorreva diversamente. Mi sentivo assorbito da quel vuoto, da quella assenza. Avevo la netta impressione di smaterializzarmi, come se stessi divenendo un fantasma. Mi scattai una foto, non tanto per immortalare il momento, quanto per accertarmi di essere ancora reale.

MacFarlane riporta le parole dello scrittore W.H. Hudson, quell’idea di aver varcato i confini di un mondo segreto, impossibile e sovrannaturale. Un mondo dove non esiste niente al di fuori del niente che ci circonda.

Durante la bassa marea Hudson si era spinto sui biondi banchi di sabbia a osservare i gabbiani reali, quando cominciò a formarsi una “soffice bruma argentea e azzurrina”, che “mischiando e amalgamando” cielo, terra e mare creò “un paese nuovo”, che non era “né terra né mare”. La prosa di Hudson racconta un’esperienza mistica, un’allucinazione metafisica determinata da un’illusione materiale. (…) “fu questo” conclude Hudson, “ciò che avvenne nella mia mente: il mondo naturale si trasmutò in mondo sovrannaturale”.

(Robert MacFarlane – Le antiche vie, ed. Einaudi)

Per un fotografo questi luoghi rappresentano la negazione stessa dell’idea che è alla base della fotografia. Ne ha parlato recentemente Michele Smargiassi nel suo blog Fotocrazia.

Non si può fotografare il nulla.

Il fotografo che volesse, come il pittore, lasciare la sua tela in bianco, dovrebbe negare se stesso, rifiutarsi di premere il pulsante dell’otturatore. Ma se scatta, allora davanti al suo obiettivo c’è inevitabilmente qualcosa.

Dunque il vuoto in una fotografia non è mai il nulla. Chi vuole fotografare il vuoto, deve farlo per metafore, mettendo in posa oggetti “pieni di vuoto”.

E non è solo un problema fotografico. La stessa natura del nulla costituisce qualcosa che l’uomo non può immaginare se non riempiendola, o associandola a qualcosa che è quasi vuoto. Quasi…

Colui che va alla ricerca del vuoto deve allora accontentarsi. Accettare l’idea che la sua sarà una ricerca vana. Che per quanto potrà spingersi oltre, in quei luoghi fuori dal mondo che MacFarlane ha definito “Xenotopie”, cioè, “luoghi stranieri”, o “luoghi fuori luogo”, non potrà mai raggiungere la sua meta. La sua ricerca dell’assenza, la mia ricerca dell’assenza sarà sempre è soltanto un’approssimazione, una metafora, una sconfitta.

L’alba ancora non era sorta ma già il cielo andava tingendosi di magenta e arancio. Mi sedetti sulla sabbia umida lasciando che il tempo colasse e si ritirasse assieme alla marea. Dalla foschia che avvolgeva l’orizzonte iniziarono a comparire i grandi battelli che facevano la spola tra il continente e l’inghilterra. Sembravano fluttuare sulla distesa infinita di melma che si stendeva indistinta ed immensa. Non riuscivo a percepire a quale distanza si trovassero. Avevo la sensazione che avrei potuto facilmente raggiungerli a piedi. Un fischio lacerò l’aria altrimenti immobile del mattino. Vidi un cane sfrecciare rapido verso il padrone. Sorse il sole che illuminò di colpo le striature dei canali di marea creando linee rette e parallele che interrompevano la monotonia della distesa sabbiosa. Il giorno invase il nulla e viceversa.

(Calais – febbraio 2013)

 

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