Fin del Mundo, principio de todo

“La Patagonia!” gridò. “È un’amante difficile. Lancia il suo incantesimo. Un’ammaliatrice! Ti stringe nelle sue braccia e non ti lascia più.”

(In Patagonia – B. Chatwin)

“Soffia e ulula il vento e se non fosse per il vento non ci sarebbe nessuno; tutto sarebbe vuoto e silenzio. La strada dritta si perde verso il cielo. Inghiottita dalla sua smisuratezza.
Verso sud.
Alla mia destra, lontanissime le Ande e oltre il Cile e poi il Pacifico. Davanti a me le ultimi propaggini di terra del continente. Là dove l’America si restringe fino a lasciar posto ai feroci mari polari.
La sensazione di aver superato una frontiera invisibile e di trovarmi al di fuori del conosciuto, mi accompagna da molto tempo ormai. E già vorrei che non mi abbandonasse più.”

Patagonia terra di giganti, Patagonia terra di mostri senza nome, Patagonia scrigno di tesori nascosti, Patagonia…
Chi è stato ad attirarmi qui, in questi luoghi di una bellezza tale da essere quasi dolorosa?
Sono passati anni ma il ricordo di quei luoghi è ancora vivo dentro di me, e duole come una ferita mai rimarginata.
Penso di essermi preso laggiù due “malattie terribili”: la prima è quella che Baudelaire chiama “la grande maladie: horreur du domicile”, la seconda è la passione per la fotografia di paesaggio.
D’altra parte era inevitabile.

Come tanti anch’io ho sempre desiderato andare in Patagonia. Ma di quel luogo così lontano ai confini della terra sapevo poco. Sapevo che Darwin era passato di là, nel suo viaggio attorno al mondo a bordo della Beagle, e conoscevo vagamente la storia di Jemmy Button, uno degli indios fuegini da lui catturati e portati in Inghilterra nello sciocco tentativo di civilizzarli. Sapevo che in Patagonia si trovavano alcune delle montagne più difficili del mondo. Il Cerro Torre e il Fitz Roy e sapevo che alcuni dei più grandi ghiacciai del pianeta, giacevano là, ancora impegnati ad accrescere la loro mole, inconsapevoli ed indifferenti agli effetti del riscaldamento globale. I nomi Terra del Fuoco, Ushuaia, Stretto di Magellano, Capo Horn, ecc. richiamavano alla mia mente storie di naufragi, di esploratori e di tempeste oceaniche.

Quello che non sapevo è che la Patagonia è dotata di una poderosa forza di attrazione. Una sorta di magnetismo umano che richiama a sè fuggitivi, esuli, folli e sognatori.
Profughi gallesi che cercavano una nuova Gerusalemme, coloni spagnoli alla ricerca della città dei Cesari, fuorilegge americani in fuga, nobili europei in cerca di gloria, navigatori ambiziosi, missionari, scienziati e ovviamente scrittori.
Forse dev’essere stato il vuoto immenso che sembra risucchiarti, annientarti. O forse l’ampiezza del cielo, un cielo dalla bellezza straziante, dolorosa. Forse il vento che a volte è così forte che fai fatica a camminare e scompiglia le idee e turba i tuoi sogni. Fatto sta che non c’è luogo al mondo che sia tanto pieno di storie come la Patagonia.

“Il cielo era grigio e pesante e l’acqua immobile dello stretto, scura e densa come petrolio. Le scogliere erano soffocate dalla foschia, lontano una portacontainer navigava verso il Pacifico. A mezzogiorno, mentre iniziava a piovere, arrivai a Puerto Hambre.
Il 25 marzo 1584, sessantaquattro anni dopo la scoperta dello Stretto di Magellano, il navigatore spagnolo Pedro Sarmiento de Gamboa, fondò quello che allora era la colonia più a sud del mondo, ribattezzandola Ciudad del Rey Felipe. I circa trecento coloni della città avrebbero dovuto prosperare e moltiplicarsi, costituendo così il primo nucleo di un possibile popolamento lungo le sponde dello stretto di Magellano che andava assumendo un’importanza strategica per le grandi potenze coloniali. Qualcosa andò storto. Quando tre anni dopo il pirata inglese Thomas Cavendish approdò a Rey Felipe trovò in tutto solo quindici sopravvissuti. Il clima ostile e la quasi impossibilità a procurarsi cibo, avevano falcidiato i coloni spagnoli. Cavendish si offrì di trasportare i pochi superstiti lontano da quel luogo maledetto. Solo uno accettò, un ex-soldato: Tomé Hernandez. Hernandez divenne l’unico sopravvissuto della città che Cavendish ribattezzò Port Famine (Puerto Hambre), gli altri morirono tutti.

Non rimane più nulla dell’insediamento spagnolo, solo un monumento grigio come il cielo. La scogliera grigia e scabra scivolava nel mare piatto e nero. Ero bagnato fradicio e avevo freddo. Non vi era anima viva attorno a me, nemmeno una nave all’orizzonte. Un unico scheletrico albero si stagliava contro l’orizzonte grigio. Ad uno dei rami uno “spiritoso” aveva appeso un cappio. Me ne andai in fretta.”

Fantasmi, fantasmi ovunque. Il fantasma di Toni Egger precipitato dalla cima granitica del Cerro Torre durante la spedizione di Maestri, i fantasmi di Butch Cassidy e Sundance Kid che qui trovarono un nuovo “Far West” e una seconda vita. Le migliaia di fantasmi degli indios Tehuelche, Selknam, Yamana spazzati via dalle malattie e dai fucili dei bianchi.

La Patagonia non è sempre un luogo allegro. Gli inverni lunghissimi, le tempeste che spazzano le coste rendendole innavigabili, gli spazi aperti e desolati, possono e sanno essere opprimenti. La Patagonia può essere una malattia. Ma al tempo stesso è anche una medicina. Vi è un qualcosa nell’aria, una sensazione di libertà in questi deserti.
La grandiosità dei panorami, la smisurata, allucinante bellezza dei ghiacciai, l’incanto delle foreste andine, il delicato, puro, splendore dei fiordi. L’idea che da qui si possa ricominciare. È la fine che segna il nuovo inizio.

“…Il n’y a plus que la Patagonie, la Patagonie qui convienne à mon immense tristesse, la Patagonie, et un voyage dans les mers du Sud…”

(Prose du Tanssibérien – B. Cendrars)

A Ushuaia, la città più meridionale del mondo, su un muro che fronteggia le acque vetrose del porto, era scritto: “Ushuaia, fin del mundo, principio de todo.” Una nuova vita, nuovi sogni, nuovi viaggi.
Chatwin se ne andò da Ushuaia dicendo: “me ne andai come da una tomba non amata”, eppure ricordò sempre quel viaggio in Patagonia, come uno dei momenti topici della sua vita. Charles Darwin, ripensando al suo viaggio intorno al mondo, si chiedeva spesso perchè, tra tutte le meraviglie che aveva visto, quell’arido deserto avesse tanto colpito la sua mente. W. H. Hudson, un altro scrittore innamorato della Patagonia, azzeccò la risposta. Almeno secondo me.

Quei luoghi rimandano alla vera essenza del nostro pianeta. Che non è e mai potra essere fatta di città e grattacieli di vetro e cemento. I venti implacabili, i picchi di granito elegantemente terribili e spogli, le onde gigantesche che si abbattono contro i promontori rocciosi. L’inumanità di questi luoghi, la loro assoluta, implacabile indifferenza ai problemi umani, ci riavvicinano al nostro essere. Trovarci di fronte alle guglie azzurrine alte sessanta metri di un ghiacciaio vecchio di migliaia di anni, ci riporta alla nostra dimensione umana, distrugge la nostra superbia e ci riaccomuna con noi stessi.

“chi percorre il deserto scopre in se stesso una calma primitiva (nota anche al più ingenuo dei selvaggi), che è forse la stessa cosa della Pace di Dio.”
(W.H. Hudson)

“Un puntino nero volteggia altissimo nel cielo cangiante. Più alto dei pinnacoli rocciosi del Paine, oltre i laghi grigi in cui si sciolgono i ghiacciai, oltre la prateria battuta dal vento su cui corrono i guanachi. È un condor. Lo seguo con lo sguardo, mentre percorre traiettorie tra le nuvole, mentre plana leggero.
Sono ore che cammino e sono stanco. Il vento possente mi sferza il viso e mi porta un odore sottile che non riesco a riconoscere. Sono stanco eppure mi sento vivo, tranquillo, in pace con me stesso, in pace con tutto ciò che mi circonda. Scendendo verso sud ho varcato un confine, oltre il quale ho trovato un mondo altro. L’eleganza selvaggia delle onde, la misteriosa bellezza dei ghiacci, l’arcana simmetria delle guglie granitiche. La natura parla un linguaggio antico, risveglia ricordi ancestrali, forse non del tutto perduti. In questo infinito si scioglie il mio essere. Ogni menzogna, ogni frustrazione, ogni inganno sono aspirati fuori da me e il vento in un attimo li soffia via. Mi siedo nell’erba alta, umida e morbida e guardò in alto. Le nuvole già si tingono di toni magenta e veloci corrono verso sud. C’è ancora tempo, tempo per ricominciare.”

www.mspagnolophotography.it

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Sigur Ros – Untitled 4

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