Winter Garden – Finlandia

Il termometro del grande pannello luminoso di Palazzo Finlandia era fermo sui meno 18 ormai da tre giorni. Il cielo terso e sereno, l’aria così secca e impalpabile; quasi dolorosa. Ero stanco. Stanco di sentirmi così lontano. Stanco di quei palazzi bianchi, delle vie immacolate, della purezza del cielo del biondo latteo dei capelli delle ragazze.

“Noi Lapponi abbiamo la stessa natura delle renne: in primavera bramiamo le montagne, d’inverno ci attraggono i boschi.”

(Johan Turi –  Vita del lappone)

Evidentemente la Finlandia sviluppò la mia natura da renna perchè anch’io volevo andare in un bosco.

La foresta era silenziosa e immobile. Gli alberi riposavano nel gelo. Il gelo che preserva, che conserva, che protegge la vita nei lunghi mesi d’inverno. Ogni tanto scorgevo tra gli abeti distese azzurrine. Laghi ghiacciati brillanti come diamanti.
Sulla barba mi si era formata una ragnatela di ghiaccio creata dalla condensa del mio fiato. Nessun rumore. Non un soffio di vento, nè il canto di un uccello. Solo il silenzio gelato dell’inverno. E betulle, bianche e screziate senza fine.

La betulla è un albero particolarmente importante per la tradizione finlandese. Il fuoco che scalda la sauna deve essere alimentato con rami di betulla. Il vihta, il fascio di rami, raccolti il giorno di San Giovanni dell’anno precedente, con cui ci si batte il corpo, per attivare circolazione e sudorazione durante la sauna è solo ed esclusivamente fatto di rami di betulla. La betulla è l’unico tra gli alberi a non essere abbattuta da Väinämöinen, nei giorni in cui l’eroe seminava il mondo. Serviva da rifugio agli uccelli, da riparo al cuculo.

A poco a poco addentrandomi nel profondo del bosco, seguendo i sentieri che serpeggiavano tra enormi rocce screziate dai licheni, cominciavo a percepire una strana, inusuale, forma di inquietudine. L’antico proverbio medievale, aures sunt nemoris”, “i boschi hanno orecchie”, mi sembrò particolarmente vero.

Non solo.

Nel folto alberi caduti formavano architetture misteriose. Torrentelli gelati strisciavano tra le radici e il tappeto di muschio, come serpenti di ghiaccio. Nel caos della foresta, in quell’insieme apparentemente disordinato di rami spezzati, radici contorte, betulle accasciate, aghi di pino, felci rinsecchite, rocce straziate dal gelo, avevo come l’impressione di riconoscere una sorta di disegno. Un ordine misterioso, un linguaggio antico ma che per quanto incomprensibile, risultava ancora evidente. Come se, conoscendo la chiave di lettura, avessi potuto leggere il bosco come se si trattasse di un libro. La mia inquietudine derivava proprio da ciò: non riuscivo a comprendere l’ancestrale potente lingua del bosco.

“La foresta era piena di segni e portenti, la sua segreta lingua scritta […] C’erano impronte dove nessuno poteva aver camminato, rami spezzati.”

(Tove Janson – Sommerboken/il libro dell’estate)

“…i boschi, come sa chiunque vi abbia passeggiato, sono luoghi di corrispondenza, di chiamata e risposta. […] Un ramo caduto riecheggia nella forma la traccia a delta del letto di un torrente in cui si è posato.[…] Inaspettatamente diverse forme della foresta si connettono l’una all’altra, allo stesso modo in cui nelle fiabe silvestri tempi e mondi diversi possono congiungersi.”

(Robert Macfarlane – Luoghi Selvaggi)

Verso mezzogiorno arrivai sulle rive di un lago. I raggi obliqui del sole proiettavano le lunghe ombre dei pini silvestri sulla superficie ghiacciata. Accanto ad un piccolo rifugio in legno qualcuno aveva acceso un fuoco su cui stavano arrostendo grosse salsicce dall’odore speziato. Ma attorno non vi era nessuno. Mi sedetti accanto al fuoco e misi sulla griglia i panini che mi ero preparato e che erano divenuti più simili a dei pezzi di ghiaccio. Era piacevole starsene seduti accanto al tepore del fuoco, illuminati dai raggi del sole a osservare i disegni creati dal ghiaccio sul lago. Mi venne in mente che forse se avessi potuto osservarli dall’alto vi avrei scorto figure o disegni di senso compiuto e non semplici linee senza senso. Come nei disegni di Nazca. Lentamente mi addormentai. Non so per quanto, probabilmente solo pochi minuti. Al mio risveglio i miei panini erano ormai semicarbonizzati e qualcuno aveva ritirato le salsicce dalla griglia.
Quel qualcuno era un giovane dal fisico colossale che seduto a poca distanza, mangiava silenzioso.

“Salve”  disse quando notò che ero sveglio, “dormito bene?”
“Bene” dissi ancora assonnato.
“Bella giornata eh?”
“Già.”
“Da dove vieni?”
“Italia.”
“Ah Italia” ripetè mentre con la mano faceva un gesto ad indicare qualcosa di talmente lontano che avrebbe potuto non esistere. “E perchè sei venuto a ghiacciarti le ossa quassù?”
“Non so, adoro il nord, penso.”
“Adori il nord?”
“Già.”
“E cos’è che ti piace del nord?”
“Mmmmm il cielo” dissi, “e poi l’aria e anche la gente. E poi mi piacciono i boschi. Le foreste del nord sono diverse da quelle che ci sono da noi. Non saprei spiegare perchè. Sono semplicemente più foreste” dissi.
Stava fissando un punto lontano dall’altra parte del lago.
“Dovresti andare in Lapponia allora.” Disse infine. “Mio nonno era lappone. Là ci sono foreste che sembrano non finire mai. Questa al confronto…E penso tu abbia ragione, alcune foreste sono più foreste di altre. Penso sia perchè non conoscono l’uomo. Se ci vai fai attenzione, il bosco a volte è traditore con gli uomini. Ci sono radure in cui il muschio nasconde profondi acquitrini che possono inghiottire un uomo in un attimo. E a volte gli alberi nascondono il sentiero, o lo deviano e ci si può perdere facilmente…Le foreste sono strane e a volte pericolose. Ma anche a me piacciono molto.” Concluse rivolgendomi un largo sorriso coi suoi grandi, perfetti denti bianchi.
Avevamo ormai finito di mangiare.
“Buona giornata allora” disse alzandosi “goditi i boschi. E ricorda stai attento. Anche qui a volte può diventare pericoloso.”
Si mise lo zaino sulle spalle e si allontanò velocemente ad enormi falcate. Per un attimo mi parve di scorgerlo ancora lontano lungo la riva del lago. Poi scomparve tra gli alberi.
Il sole stava calando velocemente ancora poche ore e sarebbe stato buio. Così m’incamminai anch’io. Il sentiero prese a salire ad un tratto lungo un dirupo roccioso. Ripensavo a ciò che mi aveva detto. Arrivai infine in cime alla cresta. Davanti a me si stendeva ininterrotto un panorama arboreo. Nient’altro che il bosco fino all’orizzonte ceruleo del cielo. Le cime degli alberi rese arancioni dagli ultimi raggi del sole, il folto del bosco immerso nell’ombra azzurrina del crepuscolo ormai imminente.

Ci sono boschi che non finiscono mai…Foreste più foreste di altre perchè non conoscono l’uomo…

Uscii dal bosco mentre una sottilissima e delicata falce di luna sorgeva tra i rami brinati dei pini. Uscii da quel giardino incantato provando sentimenti e sensazioni contrastanti. Da una parte mi sembrò di essermi liberato di un grosso peso ma, al contempo, venni invaso da una strana, piacevole malinconia. Come quando si dice arrivederci ad una persona cara sapendo che non la rivedremo per un certo tempo.

L’erba gelata scricchiolava sotto i miei piedi. Una delle ultime foglie ancora attaccate ai rami di una bella, flessuosa betulla si staccò e, roteando su se stessa, planò al suolo. A parte il suono dei miei passi, nessun altro rumore turbava la quiete assoluta del bosco nei cui recessi era già scesa la lunga silente notte d’inverno. Inconsciamente rallentai cercando di fare meno rumore possibile. Non volevo disturbare il sonno antico degli alberi che non conoscono l’uomo.

Mangiate semi di felce, camminate invisibili
[…] osservate una betulla
Assumete serenità e andate in cerca
della sua perfezione, nordici
sul suo divano d’erba, prato e felcelunare.

(Douglas Dunn – Northlight)

“Il bosco è silenzioso e immobile. Sembra una foresta di pietra. Le betulle riposano nel gelo. Il gelo che preserva, che conserva, che protegge la vita nei lunghi mesi d’inverno. Ogni tanto scorgo tra gli alberi distese bianche e azzurrine. Laghi ghiacciati tra gli abeti. Gli alberi dormono immobili. Nella penombra mi scopro a pensare che è un bene. Forse in estate queste enormi, primigene, foreste mi avrebbero riempito il cuore di paura. Le loro ombre verdi mal tollerano la nostra presenza, specialmente quella di uno straniero. Diverso è per i finnici, loro quei boschi hanno imparato a conoscerli, a rispettarli e sanno quali luoghi sono oscuri e malevoli e in quali e permesso entrare.
Lontano su un lago ghiacciato ho scorto una figura. Uno spettro dei boschi? Lo vedo chinarsi e armeggiare con alcuni oggetti poi si siede, sta pescando nel ghiaccio…”

La gallery sul sito:

www.mspagnolophotography.it

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