Alle porte del Nulla – Nordland/NORVEGIA

La mancanza. La NON-presenza. Senza contrario di con.

Nuvole basse avvolgono le cime delle colline arrotondate che s’innalzano oltre il nastro d’asfalto della E6. Nubi che rotolano e vorticano, cariche d’umidità, offuscando la vista, annebbiando la mente. Intorno solo il nulla della tundra artica. Nessun punto di riferimento. Sulla strada un cartello sembra galleggiare nella nebbia. Indica che mancano tre km al circolo polare artico.

Assenza. Probabilmente la caratteristica o una delle caratteristiche più marcate dell’idea di Nord.

Sembra uno strano effetto gravitazionale ma il “tutto”, il “pieno” del mondo, tendono a scivolare, a scorrere, verso sud o meglio verso il centro del pianeta.

Arrampicandosi invece verso le sue estremità, tutto scompare. A riempire l’orizzonte rimane il vuoto. Ed ecco la porta d’ingresso a questo vuoto: la regione del Nordland in Norvegia. Qui tutto inizia a scomparire. La natura nella sua semplice ma impressionante potenza, nella sua scabra forza, diventa quasi opprimente.
Pochi minuti ed ecco il circolo polare artico. 66°33’ lat. nord. Un nulla sulla carta geografica, una linea immaginaria che riempie il cuore di emozione. Chissà perchè?

Dalle nuvole basse la pioggia cade tagliente e orizzontale. Il termometro segna 5 gradi sopra lo zero. E’ il 10 agosto. In questo nulla il governo norvegese ha eretto un grande edificio. La sua forma assomiglia alla chiglia di una nave vichinga rovesciata. Forse è naufragata nelle steppe ondulate, deserte e minacciose, come le distese dell’atlantico. In fin dei conti è solo una classica “trappola per turisti” dove, nel grande parcheggio, si fermano i pullman che corrono, macinando migliaia di km, verso un altro nulla: Capo Nord. I turisti scendono sbadigliando e rabbrividendo si precipitano all’interno della nave a far incetta di alci peluche, di finte calze lapponi o semplicemente a farsi apporre sulle cartoline il timbro postale del circolo polare. Però è così strano essere qui. Mi inerpico per qualche decina di metri sulle colline. L’edificio-barca è avvolto dalle nebbie. Lancio un urlo. Nel silenzio rombano le nubi.

Intorno alla E6 si stende per 2.770 km2 il secondo parco nazionale per ampiezza della Norvegia, lo Svartisen-Saltfjellet, che occupa per larghezza l’intero territorio norvegese, dalle coste martoriate dai fiordi, alle alte steppe che risalgono le nude montagne fino al confine svedese.
Il parco è diviso in due macro settori. Il settore Svartisen è quasi interamente occupato dall’immensa e frastagliata mole del ghiacciaio omonimo. I suoi picchi affilati si stagliano contro un cielo grigio e in continua evoluzione. 369 km2 di ghiaccio che raggiunge in alcuni punti profondità di 600 metri.

Sotto la pioggia fredda, una barca risale il fiordo dalle acque immobili fino alla più spettacolare delle lingue azzurrine. Il barcaiolo è accompagnato dalla figlia, una bambina dai capelli biondi. Sono schivi e silenziosi. I loro occhi azzurri si mescolano con le acque verde cupo del fiordo. Il tempo cambia ad una velocità straordinaria. Sole, pioggia e vento si alternano, sopraffacendosi, mescolandosi.

Lo scioglimento dei ghiacci dovuto all’effetto serra assume a queste latitudini una dimensione fisica, misurabile dall’occhio umano. In Italia 1°C in più può anche non significare nulla. Qui vuol dire che la lingua glaciale che prima si tuffava direttamente nel fiordo, ora si è ritratta per centinaia di metri. Laddove giaceva il corpo millenario del ghiacciaio ora si stende un grande lago rilucente d’acque smeraldine.

Qualche giorno dopo risalivo in auto la lunga sterrata di servizio che conduce all’enorme diga che trattiene le acque di scioglimento del ghiacciaio.
Tornanti stretti e lunghi a riempire un vuoto. Poi sull’altipiano un paesaggio lunare. Le cime dei monti ancora innevati che si perdono nelle nubi. Un immenso lago verde mi divide dal grande bianco della calotta glaciale. Tutt’intorno la tundra spazzata dai venti artici.

L’uomo è da sempre attirato verso l’assenza, verso il vuoto. Sarà il desiderio insito nella nostra anima di portare ordine laddove regna il caos o il desiderio di riempire gli spazi vuoti, siano essi reali, immaginari o anche semplicemente aree bianche su una cartina geografica.
In queste immani distese i Sami fin dal IX sec. avevano eretto i loro recinti sacrificali. Anche loro innalzavano tumuli di pietre, nei pressi dei quali compiere sacrifici alla Grande Madre Terra per riempire un vuoto?

Nella tundra crescono durante la breve estate artica fiori delicati e rare essenze. Nelle zone umide distese di eriofori che ondeggiano al vento. Qua e la si scorgono piccole baite che l’amministrazione del parco concede a chi voglia passare qualche giorno immerso in quelle solitudini. Arcobaleni si formano e si disfano in continuazione. Le rocce nere portano i segni del passaggio dei ghiacci. L’uniformità del paesaggio è spezzata da decine di laghi in cui precipitano gli arcobaleni. Le acque scure riflettono il cielo d’acciaio. Anch’essi ricordano i tempi in cui tutta la Norvegia era un’unica, immane, distesa ghiacciata. Ere immobili. Ere di ghiaccio. L’aria rarefatta annulla le distanze, confonde i sensi.
Gli orizzonti si spostano verso limiti inconsueti avendo perso la protezione degli ostacoli naturali che frenerebbero il nostro sguardo. I confini del mondo si ampliano, le distanze visive si annullano. Qui regna la fata morgana.
Andare verso nord è sinonimo di avventura proprio perchè ci si spinge verso un contrario, perchè si viola il tabù costituito dal caos del niente.
Incrocio due giovani norvegesi accompagnati da un cane. Si avviano a trascorrere un lungo week end di pesca e solitudine in uno dei capanni che avevo visto persi nella brughiera. Il cane eccitato corre qua e la annusando fessure nelle rocce.
Prima di ritornare alla macchina scorgo una grande aquila reale. Veleggia maestosa verso le montagne. Le ali spiegate, il nero e inconfondibile profilo stagliato contro il grigio delle nubi.

Una settimana dopo riattraversavo il circolo polare artico sulla E6. Stavolta diretto verso sud. Verso le verdi distese agricole del Trondelag. Avevo cercato il nulla nel Nordland e in fondo non ero sicuro di averlo trovato. In effetti sarebbe stato strano il contrario. Ormai, come un animale braccato, il nulla stava ritraendosi verso gli estremi limiti del mondo. Verso quelle regioni in cui io non avrei potuto arrivare. L’uomo aveva perso il suo antico timore del niente. Ora anzi era alla sua caccia. Cercava i suoi spazi e le sue risorse ancora poco sfruttate. Protetto dalla tecnologia dava libero sfogo al suo atavico bisogno di “riempire”.
Vicino all’edificio-barca ancora una volta. Frotte di turisti sotto la pioggia, scattano fotografie al monumento che indica il passaggio di quella linea geografica. Un po’ in disparte, solitario, il monumento eretto a memoria dei prigionieri di guerra slavi che morirono per costruire questa strada. Anche qui, in queste distese, si è combattuta una guerra. Una guerra per il possesso del nulla.
Un nulla che già allora si voleva riempire.
Sulle basse colline i turisti ignorando i cartelli di divieto hanno deturpato i fragili prati, erigendo centinaia di piccoli cumuli di sassi.
Come una sfida o un modo per farsi coraggio. In fondo anche loro hanno cercato di riempire il vuoto.

www.mspagnolophotography.it

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