Sull’oblio – Achill Island

La nebbia scende lenta e ricopre tutto.

La torba nera. L’erica viola. Le pietre grigie e stanche. S’appoggia leggera sulle onde inquiete del mare livido e cattivo. Bagna il vello morbido delle pecore timide che brucano tra le rovine. Attorno nessuno. Rumore di nubi e pioggia. Una pioggia violenta, interminabile. Come se non piovesse da secoli. Tutto si confonde. Le vecchie pietre, resti di ciò che fu tutto, riposano, in pace.
Erica, torba, pietre, pioggia. Achill Island.

Un villaggio sorgeva qui alle pendici dello Slievemore. Ora nessuno sa più nemmeno come si chiamava. Deserted Village lo chiamano ora. Ed è già dire tutto.

La gente viveva di poco. Patate, pecore, birra. Poco altro. Era tutto.
Sorridevano le ragazze la domenica mattina andando a messa. S’intrecciavano le mani callose dei pastori, sopra i banchi di legno tarlato, nella penombra dietro l’altare. S’alzavano i canti e gli occhi al cielo. Squillavano le campane sotto il cielo plumbeo e capriccioso. E c’era sempre qualcuno che partiva a piedi per andare ad Achill a bere una birra speciale, la birra della domenica. Quella concessa solo ai viaggiatori.
Poi venne l’inverno e fu l’ultimo. Una malattia uccise le patate e la gente non ebbe più di cosa mangiare. Chi non poteva andarsene, moriva. A volte anche chi riusciva a racimolare qualcosa per fuggire moriva, perchè era già troppo tardi. E così le onde implacabili trascinavano via il suo cadavere, chiuso in una nave-bara, senza che potesse nemmeno essere sepolto nella sua terra. Così amata. Così ingrata.

Quando era ormai la fine anche gli ultimi se ne andarono, distrutti, stremati ma non ancora disperati.

Si trasferirono lungo la costa sperando di poter vivere di pesce, loro che erano pastori, donne, agricoltori. Qualcuno forse ce la fece, molti altri no. Anni e anni di oblio, di pioggia e di vento cancellarono tutto. Le risate e la vita ma anche il dolore e la morte.
Poche pietre mute rimangono oggi, invase dall’erica e dai cardi. Ogni giorno un pezzetto si perde sbriciolato dal vento, scalzato dalla pioggia. Come lacrime cadono nella nera torba e si accumulano in scuri torrenti che scivolano lungo i fianchi delle colline e poi ancora fino al mare. Non c’è più nessuno che ricorda la gente di Slievemore?

Nessuno vuole più ricordare, mi ha detto un prete ad Achill, meglio lasciare che la pioggia cada, lavando via tutto, che la nebbia cancelli ogni cosa, che le pecore bruchino l’erba che inesorabile invade le case. Troppo dolore.

Sono solo ancora. Il sentiero un fiume di fango nerastro. Alzo gli occhi al cielo e prego: che la pioggia non smetta, che la nebbia non si alzi. Almeno finchè non me ne sarò andato.

 www.mspagnolophotography.it

Salva

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...