Come schiene di balene addormentate – Orkney Islands

“…like the back of sleepin’ whales”

(G. Mackay Brown)

A John O’Groats all’estremo limite nord della Scozia un cartello annunciava “World’s End”. Eppure al di là di quelle fredde, turbolente, rapide acque vi era ancora qualcosa. Isole dimenticate nelle correnti del mare del Nord, più vicine al circolo polare artico che a Londra.

“Negli incavi blu scuro delle onde si gettavano i gabbiani. Il vento forte faceva lacrimare gli occhi, toglieva il fiato. Tutt’intorno il mare grigio, inquieto, gonfio. Dalla nebbia emerse poi una lunga linea scura di scogliere sotto il cielo plumbeo.
Sul battello a parte me solo una ragazza sola e pensierosa fissava l’orizzonte appannato dietro i vetri sporchi. Forse cercava solo di non vomitare…”

(Pentland Firth – Scotland)

Nello stretto passaggio che separa le isole Orcadi dalla Scozia, le correnti di marea scorrono con violenza inusitata. Ancora oggi il sito dell’associazione velistica del nord della Scozia raccomanda massima prudenza e consiglia di evitare le acque che corrono tra la Scozia e l’arcipelago ad eccezione dei giorni di tempo stabile e privi di vento. Il pericolo maggiore è rappresentato dalle cosiddette tidal races, correnti che si formano in quei tratti di mare in cui le masse d’acqua spostate dalle maree si trovano a dover passare attraverso uno stretto passaggio, acquistando velocità e forza e spesso sollevandosi in spaventosi cavalloni. La loro bruta potenza è tale che hanno assunto nomi che le personificano come fossero guidate da malevole entità.  Nei soli 23 km del Pentland Firth se ne contano ben quattro. Le più tristemente note sono la corrente detta Merry Men of Mey e quella chiamata The Swelkie.

“An expanse of broken water which boils like a caldron in the southern side of the Stroma channel.

Questa è la descrizione della corrente nota come Merry Men of Mey, riportata da Cobham Brewer nel suo  Dictionary of Phrase and Fable, del 1894.

Acque che ribollono come in un calderone. In effetti l’immagine è calzante. Anche con tempo sereno il mare appare rotto da onde inquiete e rapide che increspano la superficie in creste bianche e spumose. “Merry men”, che tradotto significa uomini allegri, è un nome ben strano per un fenomeno di tale spaventosa irruenza ma Robert Louis Stevenson nel racconto omonimo fornisce una suggestiva ma spaventosa spiegazione:

“E più in alto, al di sopra di tutto questo
fracasso, potevo udire le voci mutevoli del Roost e il ruggito
intermittente dei Merry Men. Mai come in quell’ora mi balenò
in mente la ragione del loro nome: perché il loro rumore
sembrava quasi gioioso, quando superava gli altri rumori
della notte; o, se non proprio gioioso, intriso di una portentosa
gaiezza. Davvero, sembrava addirittura umano. Come di
uomini sfrenati che abbiano bevuto fino a perdere la ragione,
e rinunciando ad articolare la parola si mettano a schiamazzare
insieme, per ore e ore; così, nelle mie orecchie, quei mortali
frangenti urlavano presso Aros nella notte.”

(R.L. Stevenson – I Merry Men)

La corrente che scorre impetuosa a nord di Stroma è nota con un nome ancor più terrificante, “The Swelkie”. Swelkie, che deriva probabilmente dall’antico norreno Svalga,”the Swallower”, “l’inghiottitore”, è simile ad un enorme gorgo, una sorta di maelstrom. Una leggenda vichinga racconta che il gorgo è provocato da una strega che sul fondo del mare fa girare con forza un’immensa macina con la quale tritura le rocce producendo il sale che rende il mare…salato.

Si tratta di una delle innumerevoli rielaborazioni di un mito arcaico e diffuso specialmente tra i popoli del nord europa ma presente in numerose culture. Una delle versioni più elaborate di questa leggenda è raccontata da Snorri Sturluson nell’Edda in Prosa.

Il potentissimo re di Danimarca Fróði, possedeva un mulino gigantesco chiamato Grotti che poteva macinare qualunque cosa il re volesse. Le pietre della macina erano tuttavia così grandi che nessuno riusciva a smuoverle. Il re si recò allora in Svezia e acquistò due gigantesse sorelle, Fenja e Menja, le incatenò al mulino e le costrinse a macinare per sé oro, pace e prosperità. E il mondo intero fu in pace e il re divenne enormemente ricco. Tuttavia la sua avidità era grande a tal punto che non concedeva alle due sorelle un attimo di riposo. L’unica concessione che fece, fu di lasciare le gigantesse libere di cantare mentre compivano l’ingrato e faticoso lavoro. Un giorno Fenja e Menja meditarono vendetta: presero a cantare un canto di distruzione e al contempo macinarono un esercito capeggato da Mýsingr, il re del mare.

Costui distrusse il regno di Danimarca, uccise il re Fróði e caricò sulla nave il mulino Grotti e le due sorelle ordinandogli di macinare sale. Queste erano così possenti e macinavano in tal quantità che ben presto la nave sprofondò sotto il peso del sale. Laddove si trovava il mulino si formò un gorgo marino e il sale che si riversò nell’oceano lo rese salato.

Cavalloni, frangenti, marosi, correnti di marea. Naufragi, naufragi, naufragi. Da quello delle navi vichinghe Fifa and Hjolp gettate sulla terraferma dalla forza delle onde in una cupa notte d’inverno del 1148, descritto nella Orkneyinga Saga, a quello dell’incrociatore britannico Royal Oak, colato a picco da un U-boot tedesco mentre si trovava all’ancora nella ben protetta, o almeno così si pensava, baia di Scapa Flow.

Ma il mare toglie e il mare dà, e i naufragi, costituirono per gli abitanti delle isole anche una fonte di sostentamento. Casse di vino, sementi, abiti, attrezzi di ogni tipo ma soprattutto legna, di cui le isole sono totalmente sprovviste, costituivano alcuni dei doni più apprezzati offerti dal mare. Così dura era la vita su queste isole ai limiti del mondo e così preziosi a volte i carichi che il Ministro Protestante di Sanday mentre pregava Dio di proteggere i marinai dalla furia delle acque aggiunse le parole:

“But, Oh Lord, if it is your will that a ship should be cast ashore, then don’t forget about the poor island of Sanday.”

“Ma, Oh Signore, se è la tua volontà che la nave debba affondare, allora non dimenticarti della povera isola di Sanday.”

“Il cielo mutava costantemente colore, forma consistenza. A tratti si apriva rivelandosi azzurro e smaltato, proiettando arcobaleni oltre le rive sassose, verso anfratti segreti, perduti tra le brughiere. Poi un attimo dopo le nube tornavano a richiudersi come una cortina. Si addensavano i cumulonembi impedendo il passaggio alla luce, facendosi neri, lividi. Il vento s’alzava e grosse gelide gocce mi sferzavano il viso, taglienti come schegge di vetro.
Ogni cosa attorno a me era in continua transizione, instabile, cangiante. Il colore del mare ad esempio passava dal verde bottiglia, all’azzurro ghiaccio, al nero profondo. La sua pelle riluceva  illuminata da un raggio di sole verso l’orizzonte che rivelava la presenza di un peschereccio, attorno al quale danzavano nugoli di uccelli marini.
Le rocce scoscese delle scogliere passavano dal rosso sangue al marrone spento. Si tuffavano a volte cupe e iraconde nelle acque profonde, a volte scintillavano allegre, sparpagliando riflessi magenta sulla schiuma bianca delle onde. Rotolavano instancabili i cavalloni, l’aria odorava di alghe. Sulle sporgenze tra le rocce a picco delle scogliere, nidi di gabbiani, di urie di cormorani; schiamazzanti contro la pelle squamosa del mare.”

(Yesnaby – Mainland – Orkney Islands)

In un attimo l’azzurro del cielo venne spazzato via, il vento continuava a rinforzare e insinuandosi tra i canaloni mugghiava, ululava, fischiava. Un fronte compatto di nubi nerastre avanzava a gran velocità dal mare. L’orizzonte era scomparso. Sulla battigia l’acqua sciabordava placida contro le grosse pietre sferiche, disegnando strani geroglifici sulla sabbia. La marea del mattino aveva portato a riva il suo carico giornaliero: grosse matasse d’alghe, brandelli di reti, frammenti di legno. Da dove arrivavano questi relitti? Da quali fondali oceanici erano state strappate le alghe, da quali pescherecci le reti? Le nuvole raggiunsero la spiaggia, si impigliarono contro le pareti scagliose delle scogliere, restarono aggrappate ai fili spinati che dividevano i pascoli nelle brughiere, si posarono sul vello caldo delle pecore che brucavano tra l’erica. Tutti divenne opaco, lattiginoso, astratto. Ogni suono cessò. Il vento che ululava selvaggio fino a pochi istanti prima ora era silenzioso. Tacevano anche gli uccelli marini, rannicchiati al sicuro nei loro nidi nascosti. Nell’acqua poco profonda davanti a me, ondeggiava lenta una grande massa scura. Sembrava un serpente marino che  muovesse le spire per avanzare in direzione della spiaggia, eppure rimaneva immobile, fluttuando nella corrente.

Il 25 settembre 1808 John Peace stava pescando davanti alla costa di Stronsay. Era una giornata calma d’inizio autunno e l’oceano rifletteva placido il cielo grigio. L’attenzione di Peace venne attirata da un grosso nugolo di uccelli marini che s’assembravano attorno a quello che sembrava essere il corpo d’un grosso animale arenato su di una roccia. Avvicinatosi si trovò davanti un’immensa carcassa di forma serpentiforme dotata di un lungo collo e di tre paia di piccole zampe. A causa della risacca che rischiava di trascinare la barca di Peace contro gli scogli, un’analisi più dettagliata del corpo fu impossibile.

Dieci giorni dopo una tempesta raccolse i resti e li depositò su una spiaggia dell’isola dove vennero trovati da un altro uomo di Stronsay, George Sherar. Sherar insieme ad altri tre uomini, fu allora in grado di esaminarli più da vicino.

Il corpo venne descritto come simile a quello di un serpente. Lungo 55 piedi (16,76 m) esatti, terminava con un lungo collo e una piccola testa simile a quella d’un agnello ma dotata di occhi enormi. Dal collo alla coda dell’animale, cresceva poi una specie di folta criniera argentata e sei piccole protuberanze simili a pinne o zampe, sporgevano dal ventre. La carcassa già in evidente stato di decomposizione al momento del primo avvistamento, dopo pochi giorni sparì quasi del tutto, ad eccezione di pochi frammenti ossei e i quattro uomini che avevano esaminato il mostro furono convocati a Kirkwall, la capitale dell’arcipelago, per portare testimonianza giurata davanti ad un giudice.

La notizia del ritrovamento arrivò tempo dopo alle orecchie degli scienzati della Natural History Society di Edinburgo che nel corso di una delle loro riunioni ribattezzarono la bestia Halsydrus Pontoppidani, ossia Serpente di Mare di Pontoppidan. Nonostante l’entusiasmo dimostrato dalla società, convinta di aver scoperto una nuova specie vi era chi restava scettico.

Il naturalista Sir Everard Home per esempio era convinto che altro non si trattasse che della carcassa di un squalo elefante, animale abbastanza diffuso nelle acque britanniche. Esaminate le ossa le trovò identiche a quelle dello squalo e spiegò che l’apparente lungo collo, incompatibile con l’anatomia dell’animale, era in realtà solo il risultato del processo di decomposizione. Il nome scientifico dell’animale sparì dall’enciclopedia e tutto venne archiviato.

Un dato però rimane inspiegabile. La carcassa misurava secondo Sherar quasi 17 metri, ora il più grande esemplare mai misurato di squalo elefante raggiunge a malapena i 12 metri di lunghezza. Forse Sherar aveva esagerato nelle misurazioni, in fondo era un pescatore e ai pescatori piace sempre aumentare le dimensioni delle loro prede, o forse quell’esemplare di Cetorhinus maximus Gunnerus era davvero enorme. Un vero “mostro marino”.

!Let no tongue idly whisper here
Between those strong red cliffs,
Under that great mild sky
Lies Orkney’s last enchantment,
The hidden valley of light
Sweetness from the clouds pouring
Songs from the surging sea
Fenceless fields,Fishermen with ploughs and old heroes
Endlessly sleepingin
Rackwick’s compassionate hills.

(Rackwick – George Mackay Brown 1950)

Scese rapida un po’ di pioggia ghiacciata, poi il vento ricominciò a soffiare, radunando le nubi e spingendole oltre le scogliere. L’orizzonte riapparve e il sole scintillò sulle acque del mare che passarono dal grigio cupo ad un cristallino verde smeraldo. La spiaggia di Rackwick abbandonò la sua malinconia, e la luce del Nord, quella luce così intensa e così rara, esplose trasformando la battigia in enorme specchio. Nelle acque ora trasparenti potei vedere il mio serpente di mare ritornare ad essere semplicemente un grosso intrico di laminarie portate a riva dalle correnti.

 

Arrancando nell’erica color ruggine salivo lungo i ripidi pendii modellati da ghiacciai scomparsi. Dal fianco della collina potevo vedere la forma spigolosa della Dwarfie Stane, dove il gigante Cubbie Roo ama cantare le sue cupe, arcane canzoni nelle tempestose notti invernali. Poi uno frullare d’ali, un secco iroso richiamo e uno spostamento d’aria a pochi centimetri dalla mia testa mi fecero trasalire.

Guardai verso il cielo e scorsi stagliata contro il grigio piombo delle nubi la sagoma scura del grosso uccello. Compì una stretta, rapida virata e si rituffò in picchiata verso di me. Mi abbassai d’istinto fin quasi al livello del suolo e sentii ancora una volta l’uccello sfiorarmi il cranio. Ero sotto attacco.

Lo stercorario maggiore o “bonxie” come viene chiamato è un grosso uccello di colore marrone della famiglia degli skua. Passa la sua intera vita in mare aperto ad eccezione del periodo della deposizione delle uova e della cova. Si cerca allora un posticino tranquillo, ben nascosto nelle brughiere e difende il nido dall’intrusione di estranei con coraggio e aggressività, gettandosi in picchiata come un cacciabombardiere sull’estraneo e gettando il suo stridulo grido di guerra per intimorirlo. Cercai di allontanarmi il più velocemente possibile ma la salita ripida e le buche profonde che si aprivano celate dal manto compatto dell’erica non mi permettevano di avanzare troppo rapidamente. Mentre arrancavo, rischiando di spezzarmi una caviglia nel terreno accidentato, l’uccello impietoso continuava a lanciarmi i suoi attacchi furiosi, fino a quando superai la zona che considerava come suo territorio e mi lasciò finalmente in pace. Sudato e senza fiato mi voltai e lo vidi volteggiare alto nel cielo tenendomi d’occhio sospettoso.

Finalmente poco dopo raggiunsi la piatta sassosa cima della Ward Hill, che con i suoi 461 metri rappresenta la cima più alta dell’arcipelago. Attorno si apriva un vasto panorama di brughiere oscillanti tra il verde scuro e il magenta, di rapidi torrenti che rotolavano lungo gli scabri canaloni. Il vento soffiava impetuoso tanto che con il viso nella sua direzione era difficile respirare. Il cielo era un mosaico di nuvole e davanti a me potevo scorgere il mare punteggiato di isole, isolotti e scogli fino all’orizzonte.L’intero arcipelago mi si apriva davanti come su di una carta geografica. Dal mare di un azzurro cangiante che sfumava nel blu cupo emergevano le piatte forme delle isole:

“Come schiene di balene addormentate.”

www.mspagnolophotography.it

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