Cieli, sabbia, acqua – Baja California

L’aria è così tersa, così trasparente da risultare quasi dolorosa.

Il cielo è striato di nubi del bianco più puro.

Ed è una fortuna perchè il colore del cielo, un blu intenso, denso, profumato, risulterebbe troppo perfetto per essere vero. (Quel colore ha in se la brillantezza della ceramica, la liscia, irreale perfezione di qualcosa costruito in laboratorio. Strano come ormai siamo abituati a questo genere di espressione: troppo perfetto per essere vero, intendendo con quel vero qualcosa che non può esistere nel mondo naturale. Ci siamo autoconvinti che la natura sia imperfetta e che la perfezione possa essere creata solo dall’uomo.)

Ed è una fortuna perchè quell’azzurro potrebbe facilmente far impazzire un uomo. Potrebbe farlo innamorare a tal punto da costringerlo ad abbandonare tutto e a rifugiarsi là, sotto la cupola di quel cielo impeccabile, potrebbe insinuare la folle idea che esista un paradiso sulla terra.

Il cielo è di un blu talmente puro, così perfetto da sembrare di smalto. Quel colore denso e pastoso delle maioliche del sud della Spagna. Chissà che non siano stati i ricordi dei conquistadores a dettarne il colore.
Non riesco a pensare a quel colore senza provare una stretta al cuore. Non riesco a pensarci senza pensare che fosse solo un sogno.

(Ho fatto molte fotografie a quel cielo. Volevo poter dire, anzi volevo poter testimoniare con prove concrete, la sua realtà. E’ stato inutile. Forse perchè quel colore, quella purezza, quella profondità non esistono. Forse anche allora li ho solo immaginati, forse è solo il ricordo che ha assunto una tinta onirica e falsa. Per questo quasi tutte le fotografie che vedrete sono in bianco e nero. Perchè quel colore non esiste, o meglio esiste solo nel pensiero e non esiste parola o immagine che possano davvero rappresentarlo.)

A La Paz, nelle strade deserte del centro, tra le facciate bianche e gialle quando il pomeriggio scivolava nella sera, s’insinuava un vento fresco e odoroso. Quel genere di brezza che ti fa ringraziare Dio, quel soffio leggero che ti fa rabbrividire, ma solo lievemente e sempre di piacere. Coromuel chiamano qui quel vento e dietro questo nome c’è tutta una storia bizzarra che risale fino all’Inghilterra elisabettiana. Coromuel è infatti la spagnolizzazione di Cromwell, come racconta Pino Cacucci nel suo “Le balene lo sanno. Viaggio nella California messicana”. Spira leggero dal mare e risale le strade della città che comincia ora a rianimarsi dopo il caldo febbricitante del pomeriggio. In alto sopra l’intrico di cavi elettrici e sotto il blu del cielo, navigano le fregate: le ali enormi spalancate, le code a forbice come quelle delle rondini, divaricate a controllare le correnti. Compiono ampi cerchi mentre il sole enorme e rosso e ormai privo del suo peso precipita verso il mare. Lenta scende dentro di te una birra ghiacciata, una “pacifico” magari e mentre guardi il tramonto già pregusti i tacos di polpo o quelli di gamberi o magari quelli di marlin che mangerai stasera. E davvero non ci puoi credere.

Come fai a credere di aver visto decine di balene grigie agitarsi nelle acque poco profonde della laguna di Puerto San Carlos? I dorsi lucenti coperti di incrostazioni e chiazzati di bianco. Come fai a credere che un piccolo di balena si sia avvicinato lento e tranquillo alla barca (che faceva si e no la sua taglia) e poi abbia sporto la grande, oblunga testa fuori dall’acqua e abbia fissato l’enorme occhio scuro e un po’ pensoso su di te? Sarà durato forse cinque, sei secondi quello sguardo , forse anche meno ma ora nei miei ricordi risulta lunghissimo.

Strane cose i ricordi. Mentre scrivo ora, riguardando le fotografie o rileggendo il mio diario di viaggio, rivedo nella mia mente le acque trasparenti come cristallo del mar di Cortez, o quelle scure e tendenti al grigio del Pacifico, la mia bocca è ancora carica del sapore del ceviche, e sulla pelle sento ancora il calore di quel sole. In un attimo come se viaggiassi attraverso il tempo e lo spazio mi ritrovo a nuotare accanto agli squali balena, il cuore che batte all’impazzata mentre osservo la pelle maculata, l’immensa bocca spalancata, la grande pinna caudale che si muove lenta e meccanica. Tutto come se fossi ancora laggiù eppure tutto condito di un sapore amaro. Perchè so che sono solo ricordi, che tutte queste sensazioni, questi odori, questi colori sono solo nella mia mente, non sono veri, non sono reali.

Ma qual è la differenza tra il reale e l’irreale?

Erano forse reali quei milioni di stelle che illuminavano la notte buia a Puerto San Carlos? Erano reali le onde del Pacifico che lambivano quiete le dune sabbiose di quell’isola disabitata dove ci fermammo a pranzare? O la penombra in cui mangiammo almejas chocolatas condite con salsa habanero mentre un anziana signora cantava sottovoce gli occhi semichiusi e la testa abbandonata sullo schienale del dondolo? Non riesco ad esserne certo. Non vorrei aver immaginato tutto, non vorrei fosse stato solo un sogno. Ma che importa in fondo?

La california messicana è fatta di questo. Di sogni, di leggende, di miraggi.
Come quella della perle gigantesche che si diceva giacessero a centinaia nelle acque attorno all’isola Espiritu Santo. Una leggenda che scatenò le fantasie dei conquistadores e che convinse Cortez ad inviare una spedizione fino a questo estremo lembo di terra occidentale. Ancora nel XVIII secolo alcuni coloni francesi fondarono su quest’isola, a tutt’oggi disabitata, un piccolo insediamento, velocemente abbandonato e spazzato via dalle tempeste. Però come ogni leggenda anche questa ha un fondo di verità. Sembra infatti che la grossa perla che orna la corona della regina d’Inghilterra provenga proprio da qui e che fu il governo provinciale a donarla alla sovrana, che in cambio si sentì obbligata a visitare ufficialmente i generosi donatori.

O le infinite leggende dei tesori nascosti dai corsari nelle isole disabitate o perduti in fondo a qualche segreto abisso. Proprio da una di queste leggende nasce il nome del vento serale che spezza la calura pomeridiana e ristora gli abitanti infiacchiti dal caldo di La Paz.

“Un brigantino battente bandiera inglese getta le ancore nelle acque tranquille della baia. E’ sera e una brezza fresca, creatasi sopra le fredde acque del Pacifico, attraversa il deserto che ricopre la penisola. Si riscalda un po’ a contatto con le sabbie arroventate dal sole, un po’ ma non troppo, quel tanto che basta per essere così piacevole, e arriva a ristorare La Paz. Intanto i marinai si dirigono, su grosse scialuppe verso le spiagge disabitate che si estendono a sud della città. L’operazione si ripete ogni sera, sempre alla stessa ora, sempre in concomitanza con l’arrivo del vento. Per tre anni la nave Cromwell ritornò e per tre anni i marinai perlustrarono quel tratto di costa desolata. “Ya llego il Coromuel”, sussurravano i Paceños storpiando il nome sulla fiancata. Poi un giorno, al risveglio, gli abitanti del luogo non videro più la nave, con il suo profilo ormai famigliare, ondeggiare lieve sulle acque. Alcuni di loro pochi giorni dopo trovarono sulla spiaggia chiamata Ensenada de Los Muertos, alcuni forzieri arrugginiti e vuoti e la Cromwell non ritornò mai più.”

Nelle acque trasparenti e misteriose del Mar di Cortez sembra che vivano esseri misteriosi. Il tozzo e aggressivo calamaro di Humboldt ad esempio, che arriva a raggiungere la taglia di un uomo adulto e che non esita ad attaccare i pescatori che cadono in acqua. Sembra che nei profondi canaloni sottomarini viva addirittura il misterioso Architeutis Dux, il calamaro gigante. Non lontano da La Paz è stato filmato poco tempo fa un enorme esemplare di pesce Remo, il pesce osseo più lungo al mondo mentra nuotava vicinissimo alla riva sulla quale poco dopo si è malaugaratamente arenato. Kraken e serpenti di mare. Ed anche una sirena. Nelle acque torbide del nord, la dove sfocia il fiume Colorado, vivono gli ultimi esemplari di “vaquita”, la focena del golfo di California, Uno dei cetacei più piccoli e più rari al mondo. Timida e schiva, l’inquinamento dovuto al riversamento in mare dei pesticidi e dei prodotti chimici utilizzati in agricoltura sta velocemente distruggendo questa specie unica ed endemica del mar di Cortez. A breve, se le cose non cambieranno, la vaquita diventerà l’ennesima leggenda della Baja.

Sulla Mexico 1 tra Puerto San Carlos e La Paz. Un lungo nastro d’asfalto bollente, che taglia in due il deserto, che si perde verso un’altra fine del mondo. Che poi chiamarlo deserto è strano perchè visto dalla strada il panorama assomiglia piuttosto ad una foresta. Una foresta bizzarra e surreale. I cerei formano un muro compatto di tronchi spinosi. Qua e là svettano i maestosi saguari. Centoventi specie di cactus (la maggior parte autoctone) e numerose specie di alberi popolano queste lande di sole e polvere. L’autista dell’autobus mette in funzione i tergicristalli. No non piove è solo la sabbia che ha iniziato a formare una patina opaca sul vetro del bus.

La sabbia bianca come gesso, abbagliante come uno specchio di quella spiaggia sull’isola Espiritu Santo. La sabbia ocra del deserto, delle dune su cui ci arrampicammo a fatica. La sabbia soffiata dal vento che tutto ricopre: le strade ormai invisibili dei villaggio in cui i bambini giocano a calcio, i cassoni dei pick up parcheggiati all’ombra dentro cui dormono vecchi dalla pelle color del cuoio, le spine e le braccia dei cactus che si perdono fino all’orizzonte.La sabbia che si accumula sugli scheletri abbandonati delle auto o su quelli spolpati dagli avvoltoi di una vacca lungo la ruta. La sabbia che entra nelle chiese silenziose nel pomeriggio torrido a Todos Santos, che s’infila tra il pelo dei cani randagi che vagano, tra le brulle colline attraverso cui passa invisibile il Tropico del Cancro. La sabbia che s’accumula attorno ai rifuti ammucchiati contro un muro scrostato che va sbarazzandosi dell’enorme murales rosso e bianco che dice Coca-Cola. Sabbia, sabbia, sabbia. Un avvoltoio zoppo caracolla tra i rifiuti e lascia le sue strane claudicanti impronte sulla sabbia.
Il sole tramonta dietro le braccia dei saguari ed attorno c’è solo cielo, vento, polvere e lontano, lontano un ritaglio di mare azzurro. Non si sente un suono ed è l’ultimo giorno quaggiù, tutto finisce, il cielo perde il suo colore, si fa nero e sorgono le stelle a milioni.

Di cosa sono fatti i sogni? Di quale eterea, impalpabile sostanza?
L’aria fresca e secca del deserto, uccelli alti tra le nubi pennellate. Scogli isolati come miraggi sul mare cangiante, picchi desertici rosso ocra, scintillanti  verso la linea dell’orizzonte. Gettarsi nell’acqua fresca, tuffarsi in quel blu perfetto e come Alice, passare dall’altra parte dello specchio. Banchi di pesci giallo limone, stelle marine adagiate sul fondo e poi i grandi, sinuosi corpi dei leoni marini che ti sfiorano, nuotando agili, leggiadri come sirene. I loro scuri occhi canini che ti guardano, mentre si avvicinano sempre di più e tu non sai cosa fare. E l’unica cosa che ti viene da fare e sorridere e volere bene. Volere bene a quei corpi aggraziati, volere bene a quell’acqua fresca e benedetta, volere bene all’azzurro smaltato del cielo, volere bene a te stesso e al mondo intero.
Una femmina si è messa ad osservarmi assumendo una strana posizione ad U rovesciata e mi scruta a testa in giù. Mi chiedo se questa sia la realtà. Ho voglia di accarezzarla, penso sia per questo che continua a guardarmi con quegli occhi da cucciolo. Vedo altri intorno a me che già lo fanno. Allungo la mano ma poi mi fermo. Ho paura. Ho paura che se la toccassi mi renderei conto che non è reale, che niente di tutto ciò lo è. Ho paura che accarezzando quella dolce femmina di leone marino mi risveglierei dal sogno, un sogno perfetto che io stesso ho stupidamente spezzato. Se questo è un sogno voglio che non finisca più.
Più tardi alcune megattere nuotano a dorso vicinissime alla barca. Una di loro si slancia fuori dall’acqua. Immensa, lucente, scintillante di schiuma. Come un angelo, come un Dio. Rimane sospesa per un solo secondo contro il cielo, poi ricade in una valanga di spruzzi. Strano ho la sensazione che cadendo non abbia fatto rumore. Approdiamo su una cala bianca come la calce. Il mare come vetro, come smeraldo. Ogni sensazione di realtà sembra svanita. Il sole che brucia la pelle, il sapore del ceviche che mangiamo seduti nell’acqua bassa della riva, i pesci striati di giallo e d’azzurro che vengono a mangiare le briciole che lasciamo cadere in acqua. In alto volano fregate dalla coda biforcuta, i gabbiani lanciano striduli richiami al silenzio assoluto. Nell’acqua verde sotto la barca nuota una tartaruga di mare. Un cactus solitario si staglia contro un cielo che non può essere vero.

Di cosa sono fatti i sogni? Qual è la loro sostanza?

E’ notte la birra è helada, l’aria fresca e frizzante, la sabbia s’accumula sui marciapiedi di La Paz. Qualcuno canta nelle strade buie. Le fregate sono ancora là a compiere strane geometrie nel cielo. Qualcosa ti stringe forte il cuore, te lo strizza finchè dai tuoi occhi non esce qualche lacrima. Poi tutto finisce.

“Tornerò in questo lembo di deserto proteso nel mare, tornerò nella Baja per provare ancora l’emozione ineguagliabile di frequentare le balene. E anche se non so spiegare il perchè di questo stato d’animo che sfiora la commozione e mi stropiccia il cuore, credo proprio che loro lo sappiano. Sì, le balene lo sanno.”

(Pino Cacucci – Le balene lo sanno)

…Le hago caso al corazón
Y me muero por volver.

(Chavela Vargas – Volver, Volver)

www.mspagnolophotography.it

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