Vag a pè a Fontanlè.

“Vag a pé a Fontanlé”. Vado a piedi a Fontanellato.

In dialetto parmigiano quest’espressione è sinonimo di penitenza da fare per ottenere una grazia. Il paese di Fontanellato ospita infatti dal 1500 un santuario dedicato alla Madonna del Santo Rosario famoso per gli innumerevoli miracoli compiuti dalla Madonna.

Il primo miracolo si verificò nell’ottobre del 1628 quando un certo Gian Pietro Ugolotti di Borgo San Donnino (oggi Fidenza), di anni 65, colpito da febbre continua maligna, raccomandatosi alla Santissima Vergine di Fontanellato ottenne immediata guarigione.

Da allora migliaia e migliaia di fedeli si sono recati in pellegrinaggio al Santuario, lasciando come testimonianza e ringraziamento per le grazie ricevute un impressionante numero di ex-voto che oggi riempiono una delle gallerie laterali della basilica.

In un giorno di fine estate senza sapere bene perché, uscii di casa e andai a piedi a “Fontanlé”. Questo è il diario di quel cammino.

Immense nuvole nere navigano nel cielo sfrangiato, calando sulla via Emilia intasata di motori ringhianti.

Sembra voglia mettersi a piovere e i cani delle villette di periferia mi abbaiano furiosamente. Lucertole rapidissime corrono a nascondersi tra i cespugli spaventate dai miei passi.

Tutto viene abbandonato e corroso dal tempo. I cartelloni pubblicitari cadono a pezzi e non c’è nessuno per vedere l’interno delle pizzerie cadere a pezzi e riempirsi di muffa. Filari di pioppi fino alle montagne, il cadavere d’un topo, quello d’una ghiandaia. Arrivato al ponte sul Taro. Il marciapiede termina bruscamente e prima di attraversare mi faccio il segno della croce. Sotto di me le acque scure e melmose, gonfiate dai primi acquazzoni autunnali. Accanto a me lo spostamento d’aria dei camion che quasi mi scaraventa nel fiume. Poi finalmente dall’altra parte.

Un paesaggio liminale: cave di sabbia, colpi di clacson, solitudine dell’estrema periferia. Cumuli di spazzatura nei fossi, lattine di birra, preservativi usati, specchietti d’automobili.

Stancarsi, sfinirsi, è una via per la redenzione?

Nelle vie piatte della pianura, attraverso nuvoli moscerini ondeggianti e così fitti che sembra a volte di attraversare una massa solida. Quando ne esco sono ricoperto dai loro corpi e dalle loro piccole e fragili ali trasparenti.

Il cielo si alza sopra di me. Nei campi arati pascolano pigri gabbiani e un topo corre a rifugiarsi sotto lo scheletro d’un trattore arrugginito. Lungo un canale il volo dolce e lento d’un airone. Un autobus scolastico mi è passato così vicino che mi è parso di sentire il freddo tocco del metallo della fiancata sul braccio. O forse era il gelido tocco della morte?

Anziane addormentate su divani a fiori davanti alle finestre aperte nella penombra di stanze al pianterreno. E io solo, in cammino. Cosa pensa la gente di me? Camminare è veramente diventata un’attività che solo “gli ultimi” praticano ancora. Paesaggio della bassa: il verde cupo dei prati di erba medica, il marrone denso e rugoso dei terreni già arati, la lunga fila dei tralicci elettrici, il muro candido d’uno stabilimento industriale, le guglie dei campanili in lontananza, il cavalcavia sull’autostrada, il volo dei piccioni, il cielo corrugato. Strato su strato.

Poi Fontanellato nel pomeriggio e nel silenzio d’un giorno qualunque. La piazza davanti al Santuario è deserta e si sente il rumore tenue dell’acqua che sgorga da una fontana. Penombra nella chiesa, le tonache banche dei Dominicani, il giallo dei ceri che si consumano, il manto azzurro cielo della Madonna. Da una vetrata entra un raggio di sole e fa brillare i granelli di polvere sospesi nell’aria immobile. E poi niente non so nemmeno io. Ascolto un frate parlare con una coppia dei misteri del Rosario. “Non lasciatevi andare” dice, “datevi da fare”.

Poi esco e non so più chi sono ma mi sento leggero. Grazie.

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